Descrizione
Settantacinque per cento. È la quota di giovani delle aree interne che vorrebbe rimanere a vivere nel proprio territorio. Un dato che Sabrina Lucatelli ha citato quasi di passaggio il 27 febbraio 2026 a Castel del Giudice (IS), ma che contiene una domanda politica enorme: se la volontà c'è, cosa manca? Su questa domanda — e sulle risposte concrete che alcuni territori stanno già costruendo — si è sviluppato il seminario "Il futuro è ancora qui", organizzato da SPI-CGIL Abruzzo e Molise in collaborazione con il Comune di Castel del Giudice nella sala meeting dell'albergo diffuso Borgotufi. Attorno allo stesso tavolo, sindaci che contano i nuovi abitanti uno per uno, ricercatori che rilevano con il drone i centri storici per capire come renderli abitabili, sindacalisti che rimettono la contrattazione territoriale al centro di una stagione che rischia altrimenti di sprecare miliardi senza lasciare traccia. Perché il problema delle aree interne non è la mancanza di futuro, ma la mancanza dei giusti strumenti per costruirlo. Coordinati da Rossella Muroni del Dipartimento Contrattazione e Benessere dello SPI-CGIL, gli interventi hanno sottolineato come Castel del Giudice non è solo un caso di studio, ma una proposta concreta di futuro per l'Italia dei piccoli centri.
Un'assenza che pesa: le aree interne fuori dall'agenda politica.
Ad aprire i lavori è stata Carla Mastrantonio, Segretaria nazionale SPI-CGIL, che ha inquadrato con lucidità il contesto: «Il tema delle aree interne non appartiene all'agenda politica di rilievo dello sviluppo del Paese. La marginalità di questi luoghi è il risultato di scelte politiche ed economiche precise: si è deciso di non intervenire». Il risultato è un Paese spaccato in due, in cui le diseguaglianze si sono solidificate nel tempo, aggravate dall'abbandono della cura del territorio che ha prodotto dissesto e catastrofi ambientali. «Sono rimasti gli anziani, ed è per questo che siamo qui. Ci occupiamo di chi testardamente resiste». Mastrantonio ha però rivendicato un cambio di passo: non solo occuparsi di welfare e servizi, ma affrontare il tema dello sviluppo.
Castel del Giudice: quando la marginalità diventa opportunità.
Il sindaco Lino Gentile ha raccontato vent'anni di scommesse su un territorio che molti avevano già dato per perso. La domanda che ha posto è rimasta sospesa nella sala: «Tutti critichiamo l'attuale sistema economico. Perché non implementiamo un sistema economico nuovo a partire dalle aree interne?». La formula di Castel del Giudice ruota attorno ad alcuni assi strategici, tra cui la cooperativa di comunità, multifunzionale per definizione, ma che non gode di una normativa dedicata, rivendicata spesso dal primo cittadino. A Castel del Giudice impiega una decina di dipendenti impegnati su vari fronti: dalla bottega alimentare allo scuolabus, dall'Apiario di Comunità alle pulizie stradali, fino alla gestione del progetto SAI. E poi, il valore dei servizi ecosistemici come base per una possibile fiscalità di vantaggio: il Comune sta partecipando ad un progetto europeo per sperimentare il valore dei servizi ecosistemici su un pezzo di bosco. Fondamentale, inoltre, il tema dell'abitare, su cui il Comune sta studiando la formula di una cooperativa di abitanti in collaborazione con Legacoop e l'Università di Bergamo. In merito al Bando Borghi, Gentile ha declinato i tre obiettivi posti dall'Unione Europea — attrattività, sostenibilità, replicabilità — illustrando per ciascuno le risposte in corso: call per nuovi abitanti, sostenibilità economica garantita dal modello cooperativo, e una Fondazione di Partecipazione in via di costituzione, per capitalizzare le esperienze maturate e metterle a disposizione di altri territori. «Abbiamo già candidature di comuni interessati», ha annunciato Gentile. L'idea di fondo è quella di un centro di competenze capace di far atterrare in modo efficace le risorse che arrivano, evitando il rischio — fin troppo noto — delle cattedrali nel deserto.
La SNAI e il metodo della conoscenza.
Sabrina Lucatelli, oggi alla guida di Riabitare l'Italia, ha ripercorso la storia della Strategia Nazionale Aree Interne, di cui è stata una delle architette. «La SNAI nasce con due fari: l'articolo 3 della Costituzione, l'idea che un abitante di un'area interna debba avere gli stessi diritti di chiunque altro, e la valorizzazione del policentrismo come chiave di lettura dell'Italia». Un metodo fondato sulla conoscenza diretta dei territori, che si è scontrato però con un paradosso amaro: «Mentre facevamo la SNAI, venivano smantellati i servizi sanitari». I punti nascita chiusi per dittatura dei numeri, le scuole accorpate, le infrastrutture costruite senza sapere chi vi avrebbe operato.
Oggi Riabitare l'Italia — una rete di dodici università e molte organizzazioni — cerca di tenere vivo quel fuoco, tenendo insieme pratica e intelletto, fondazioni di territorio ed esperienza sul campo. Un dato su tutti dovrebbe far riflettere: «Il 75% dei giovani delle aree interne vuole rimanere». Il problema non è la volontà, ma la mancanza di strumenti e condizioni concrete. Tra le esperienze più innovative citate da Lucatelli, la scuola di pastorizia che porta i ragazzi direttamente nelle aziende, sviluppandosi sulle loro richieste di approfondimento, con un'alta percentuale di donne e neet tra i candidati: il segnale che quando si costruiscono opportunità reali, le persone rispondono.
Capire per agire: la lettura storica.
Rossano Pazzagli, professore dell'Università del Molise, ha proposto una lettura in tre domande. Cosa è successo? Tra il 1950 e il 1970 l'Italia ha compiuto una trasformazione strutturale da paese contadino a Paese industriale, adottando uno sviluppo polarizzante che ha privilegiato le città capoluogo dimenticando le campagne. «Abbiamo costruito una grande periferia territoriale», ha sintetizzato, descrivendo un Paese che era policentrico e si è abbassato, subendo quella che ha chiamato "un'alluvione demografica." Cosa è rimasto? Più di quanto si pensi: paesaggi, case vuote, prodotti, storie. «Bisogna riportare anche chi risponde “che non c’è niente” a rileggere i territori. C'è spazio, c'è posto». E infine: che fare? Pazzagli ha insistito sulla necessità di una visione che preceda la strategia, e della strategia che preceda le azioni: «Spesso dai bandi si parte solo dai progetti, che senza strategia e visione non portano da nessuna parte». E ha aggiunto una dimensione spesso trascurata: alle politiche va accompagnato un lavoro culturale, come quello della scuola dei piccoli comuni di Castiglione Messer Marino, dove i sindaci si incontrano per condividere problemi, difficoltà e risultati.
Il patrimonio edilizio come leva.
Alessandro Camiz, professore dell'Università G. d'Annunzio di Chieti-Pescara, ha portato il contributo dell'architettura e della rigenerazione fisica dei centri storici. A partire dall'esperienza di Castelvecchio Calvisio — dove è stato condotto un rilievo digitale integrale dell'abitato, a terra e con drone, per generare piante, mappe e prospetti dell'intero centro — ha mostrato come sia possibile e conveniente trasformare il patrimonio edilizio esistente in residenza sociale funzionale. Il nodo è sempre lo stesso: «Le case ci sono, ma spesso non sono adeguate. Qualcuno può voler venire ma non trovare la casa». La proposta che Camiz ha avanzato sul piano nazionale è quella di politiche di defiscalizzazione per abitanti e imprese nelle aree interne, come condizione abilitante per qualsiasi progetto di ripopolamento reale.
Il laboratorio di Gagliano Aterno: quando arrivano i neo-abitanti.
Tra le testimonianze più vivide della giornata quella di Luca Santilli, sindaco di Gagliano Aterno (AQ), che ha descritto il suo comune come "il più interno delle aree interne." Dal 2020 questo piccolo centro di montagna ha avviato un percorso di partecipazione diretta — oltre sessanta assemblee pubbliche — con l'obiettivo dichiarato di scalfire «quel fatalismo che condiziona ancora la capacità di rinnovarci». Da quel percorso è nato il progetto NEO, primo esperimento strutturato di neopopolamento: case offerte a chi arriva, in cambio di uno scambio di saperi con la comunità. «Partimmo con 27 candidature. È stato emozionante. E si rompe il fatalismo: agli abitanti si dice che c'è gente che vuole venire a vivere qui. Un elemento di rottura».
Il bilancio, a distanza di anni, è concreto: il 40% dei neoabitanti è rimasto a vivere e lavorare, sono nate librerie, una radio, cinque giovani associazioni, è stato riaperto il ristorante e sta per riaprire il forno. Un infermiere di comunità — lui stesso un neoabitante — serve oggi l'intera popolazione. Non sono mancati i momenti di attrito con la comunità locale, soprattutto sul tema delle case: «Abbiamo sfidato gli abitanti», ha detto Santilli senza eufemismi. Resta aperto il nodo strutturale: «Sul tema abitativo bisogna lavorare. Stiamo pensando di mettere in piedi un soggetto che incroci domanda e offerta e faccia un lavoro culturale ma anche economico. Abbiamo bisogno di persone che vivono sul posto».
La contrattazione come leva strategica.
Antonio Iovito, Segretario generale SPI-CGIL Abruzzo Molise, ha richiamato l'attenzione su un rischio concreto: con i finanziamenti disponibili per Abruzzo e Molise senza una programmazione seria, il pericolo che le risorse vengano spese male è reale. «Abbiamo sottovalutato il ruolo della contrattazione, la necessità di andare nei posti dove ci sono stati finanziamenti e chiedere come costruire una strategia e una prospettiva». Recuperare quel ruolo, ha detto, è la sfida del sindacato nelle aree interne. Le conclusioni sono state affidate a Tania Scacchetti, Segretaria generale nazionale SPI-CGIL, che ha rilanciato la necessità di fare delle aree interne una priorità dell'agenda contrattuale e politica: «A Castel del Giudice è in atto un progetto molto innovativo fatto di investimenti, innovazione e strumenti per invitare le persone a restare nelle aree interne dando il giusto valore ad una parte del Paese che troppo spesso è dimenticata. Buone pratiche che possono essere replicate anche in altre realtà italiane con una contrattazione territoriale per una rigenerazione e una rinascita sociale che coinvolga Stato, parti sociali e chi vive sul territorio». Quello che è emerso da Castel del Giudice non è una narrazione consolatoria né un catalogo di buone pratiche isolate. È qualcosa di più esigente: la dimostrazione che esistono risposte concrete allo spopolamento, che richiedono però visione, alleanze e strumenti adeguati. Il futuro, come recita il titolo del seminario, è ancora qui. Ma va costruito.
Link foto in alta risoluzione: https://bit.ly/IlFuturoèAncoraQui27Febbraio2026
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Ultimo aggiornamento: 2 marzo 2026, 14:33